AMORE PERDUTO – parte tre

tokyo

Non ho mai capito come Toru potesse avere così tante ragazze. In primis, come poteva permettersele? Non me ne capacitavo. Una ragazza diversa – una diversa! – ogni sera. Lo giuro, proprio non  riuscivo ad indovinare il suo segreto. Eppure ammiravo tantissimo il mio amico. D’altra parte, come era possibile non provare orgoglio nei suoi confronti? È sempre stato un amico gentile e premuroso, non solo un inarrivabile latin lover. Ricordo che volte siamo usciti insieme per una partita a biliardo: il gioco lo divertiva molto, ma in quanto ad abilità lasciava molto a desiderare. Nella carambola all’italiana non ho mai avuto rivali e riuscivo a surclassare con facilità anche lui. Toru, nonostante capitolasse ogni volta, era solito dire che

vittoria e sconfitta non facevano alcuna differenza quando si ha la possibilità di affrontare un avversario leale e di grande valore. Ogni volta il conto del tavolo lo pagava lui: per quanto io potessi protestare insistendo a voler mettere la mia parte di denaro lui era inamovibile. «Un pretesto in più per impegnarmi a fondo. Chissà che uno di questi giorni non riesca a batterti. Onore al vincitore!», diceva con un sorriso fraterno, dopodiché metteva mano al suo portafoglio dal quale spuntavano immancabilmente diversi biglietti di visita di altrettanti love hotel del quale era ormai socio honoris causa.

Certo, su di lui giravano le voci più assurde e taglienti: Toru si inventa sempre tutto, Toru è un fanfarone capace soltanto di vantarsi, Toru è un grande affabulatore, Toru va solo con le ragazze più stupide, Toru qua, Toru la. Si vociferava che ce l’avesse ragguardevolmente lungo, altri che lo sapesse usare con una maestria inarrivabile (plausibile, con tutto quell’allenamento). Addirittura una volta sentii Shinichi spergiurare di aver scoperto il suo infallibile segreto: preliminari. Il Dottor Rimorchio in realtà andava avanti a preliminari. A supportare la sua incrollabile tesi portava addirittura una testimonianza diretta: pareva infatti che Hitomi, la più bella ragazza di tutto l’istituto superiore S. (quella che di lì a qualche mese sarebbe diventata una famosa idol) avesse rivelato questo scottante retroscena. Questa fu la scintilla che divise il nostro gruppo di amici in due gruppi ben distinti, antropologicamente parlando: c’era chi credeva che il mio amico fosse tutto fumo e niente arrosto mentre un secondo filone, più numeroso, sosteneva che Hitomi si fosse inventata tutto per convenienza al fine di mantenersi pura e illibata per non scontentare le fantasie dei suoi futuri fans. Ma per quanto tutti quanti berciassero le cattiverie più colorite rimaneva un fatto: Toru stava con una ragazza diversa ogni sera. Non sembrava prestare particolare attenzione alle dicerie che circolavano su di lui. Anzi, tutte queste chiacchiere non facevano altro che alimentare la sua leggenda. Il mio amico non sbagliava un colpo. Quanto a me, beh…

Ho sempre avuto difficoltà a relazionarmi con le ragazze. Forse l’aver frequentato la scuola maschile come voleva mio padre non si è rivelata una grandissima idea. Capiamoci: di amiche ne ho e anche molte. Molto spesso sono loro a cercare la mia compagnia. Cosa trovino di così speciale in me è facile intuirlo: so ascoltare la gente. Ho spalle forti per sorreggerle mentre piangono per un amore perduto, ho un sorriso e una dolce parola sempre pronti per confortarle. In momenti più felici so essere divertente e scherzoso. In altre parole, ho una grande empatia. Il mio punto di forza e la mia debolezza. Quello che mi frega è il fatto di non essere mai riuscito a fare quel passo in più. Purtroppo, per quante ragazze possa aver conosciuto, nessuna è riuscita a vedere in me qualcosa di più che una semplice amicizia. Non pensiate che non abbia mai provato qualcosa per una ragazza, sia chiaro. Anzi, proprio il contrario: ma ogni volta che sono riuscito a prendere il coraggio a due mani e a dichiararmi, gli effetti sono sempre stati disastrosi. A volte ho provato a comportarmi in maniera differente ma niente da fare: non riesco a farmi andare bene nessun abito che non sia il mio. Le frasi con cui le ragazze di solito scaricano i ragazzi le ho sentite tutte: sono un caro ragazzo, nessuna vuole rovinare l’amicizia, non sono mai stato il problema anzi lo sono loro, sono evidentemente troppo perfetto per una come lei. Se non fosse troppo patetico farlo potrei usare queste scuse da quattro soldi per riempire la biografia del mio profilo di Facebook. Stavo addirittura per farlo un giorno: fortunatamente la disperazione è durata solo un attimo, poi sono rinsavito. Non mi voglio realmente così male, il fatto è che non credevo che si potesse soffrire così tanto per una ragazza che appena due minuti prima ti stava facendo vedere il paradiso. Insomma, sono sempre stato l’eterno confidente ma non posso farci niente, è la mia natura. L’esatto opposto di Toru, a quanto pare. Forse proprio per questo siamo sempre stati ottimi amici. Shinichi, quell’infame, aveva trovato un nome per il nostro duo: ai tempi della scuola eravamo conosciuti come Dottor Rimorchio e Friendzone. In quegli anni, nonostante vivessi piuttosto bene con la mia famiglia, sentivo una profonda e ruggente necessità di cambiare aria.

E così feci. Una volta arrivato all’università speravo che la mia vita sentimentale avrebbe potuto vivere una svolta decisiva. Fu allora che incontrai Chizuru. Sembra scontato, ma lei era davvero diversa da qualsiasi altra. Bella e bellissima sono due parole che non le rendevano giustizia, Chizuru era davvero splendida: rispetto alle sue coetanee era alta e slanciata, il suo seno era molto generoso. I suoi capelli poi, lunghi fino alle spalle erano selvaggi, leggermente ondulati, di un rosso così chiaro che vibrava verso l’arancione. Inutile dire che ogni ragazzo del corso di Letteratura americana 2 faceva a gara per essere il suo uomo. Mentre chiunque le ronzava attorno, io non osavo muovermi dal mio posto: seduto e immerso nei miei libri, fantasticavo di stringere a me lei e il suo enorme seno. Lei sorrideva e li respingeva con gesti leggiadri ed eleganti. Tutti quanti, nessuno si salvava: che possibilità potevo avere io? Mentre il semestre passava io non potevo fare a meno di pensare a Chizuru e alle sue magliette raffiguranti un maneki-neko sempre diverso. Perché era questo che era: una gattina fortunata e preziosa, difficile da acciuffare, con gli artigli sempre pronti, una creatura eterea e leggiadra che sembrava essere uscita da una leggenda. Altre come lei non ce ne erano e non ce ne sarebbero state mai. Chizuru Yoshida, l’inarrivabile. Ed io mio ero innamorato proprio di lei. Togliermela dalla testa? Impossibile: anche in sogno ero tormentato dalle onde burrascose che erano i suoi capelli in una giornata ventosa. E dai suoi seni. Non dimentichiamoci dei suoi seni.

Poi una sera mi venne un’idea: Toru. Che stupido non averci pensato prima. Il mio amico ci sapeva fare e forse poteva darmi qualche consiglio vincente: se proprio ero destinato a fallire, almeno potevo farlo con stile. In realtà il fallimento non mi preoccupava più di tanto poiché questa volta partivo con le migliori premesse: non avevamo mai parlato insieme, quindi non c’era – speravo con tutto me stesso – il rischio di tornare a vestire gli scomodi panni di Friendzone.

Quando chiamai Toru mi accorsi di quanto mi fosse mancato. Per una fortuita coincidenza anche Toru si trovava a Tokyo per frequentare un corso di sceneggiatura. Così decidemmo di vederci in memoria dei vecchi tempi. Ci demmo appuntamento nel quartiere di Shinjuku: dopo un pasto veloce a base di ramen istantaneo e onigiri acquistati in un minimarket decidemmo di bere una birra al Blutarsky’s Toga, un piccolo bar di Kabukicho che il mio amico era solito frequentare. Senza troppi indugi, gli esposi il mio problema. Toru ascoltò con interesse e pazienza. Quando ebbi finito Dottor Rimorchio aveva già pronta la sua diagnosi. «Susumu, il tuo problema è che non ti butti mai, non hai il coraggio di rischiare», disse dall’alto della sua comprovata esperienza. «Tu domani vai da lei e le chiedi di uscire, punto. Considerato quello che mi hai detto, lei è chiaramente stufa di mosconi e filarini associati. Certo, puoi andare da lei e decantare Shakespeare, ma secondo te nessuno le ha mai dedicato una poesia? Ma andiamo!». Quelle poche parole di Toru mi avevano convinto: «Meglio una bella impressione, una richiesta diretta alla quale magari questa tua fata non è abituata».

Il lunedì seguente andai a lezione e sapendo che avrei trovato Chizuru il mio cuore martellava all’impazzata. Ero pronto a fidarmi della filosofia del mio amico: Now or Never, come cantava Elvis. Eppure come mai ero così agitato: con lui funzionava sempre, no? Perché con me dovrebbe essere diverso? “Sicurezza”, ripetevo a me stesso, “Sicurezza, sicurezza! Sii navigato. Falle vedere che se anche ti dicesse ‘no’ a te non cambierebbe niente perché riusciresti a trovare qualcos’altro da fare stasera”. Ed eccola li con la sua immancabile maglietta con gattino. Mi avvicinai a lei, ma ogni mio passo sembra lungo come un’era geologica. Probabilmente c’era qualcosa di molto buffo nel mio incedere dato che mi sentivo come se avessi un nugolo di occhi puntati contro. Soprattutto i suoi. Nessun dubbio, almeno in apparenza: d’altra parte è questo quello che volevo che il mio corpo dimostrasse. “Se mi giro, mi metto a correre”. Mentre misuravo la stanza con i  miei passi, ripetevo i preziosi insegnamenti del mio guru: «Try or die», sentenziò nuovamente Toru nella mia mente. Ma perché mai si era messo a decantare slogan in inglese, poi?

«Ciao Chizuru», non le diedi nemmeno il tempo di rispondere. «Mi chiedevo se ti andasse di uscire con me questa sera». Ecco, l’avevo detto. Lei mi guardò per un momento che mi sembrò infinito. Ricordo solo che c’era un caldo pazzesco e che la temperatura non faceva altro che aumentare. Poi il suo sguardo interrogativo fu rotto da un sorriso. «Perché no?».

Il suono della suo voce continuò a rimbalzarmi nelle orecchie per tutta la durata della lezione. Mi sentivo spossato come dopo una giornata di duro lavoro. Eppure non avevo fatto praticamente niente ed erano solo le dieci della mattina. «Perché no?», mi aveva detto con il sorriso fanciullesco. Ma quanto ancora doveva durare questa giornata? Di solito non si dice che il tempo vola quando ci si diverte? Come mai invece la giornata sembrava non passare mai?

Chizuru era stupenda, come sempre. Mentre passeggiavamo non potei fare a meno di notare quanto lei fosse un’anima sensibile. La sua dolcezza era pari soltanto alla sua semplicità. Così acqua e sapone. E io che credevo che non sarei mai potuto essere il suo tipo di ragazzo. E poi arrivò la mazzata: a quanto mi disse, anche lei mi aveva notato. Ma aveva paura dei miei silenzi, delle barriere che avevo innalzato tra di noi. Che stupido che ero stato. Eppure sarebbe bastato così poco. Lei era sempre stata li, alla mia portata: eppure per paura – ma paura di cosa? – non avevo mai osato muovere un passo verso il mio sole.

«Perché no?». Quel sorriso.

La serata fu davvero piacevole, mi sembrava di sfiorare appena la terra sulla quale camminavo. C’erano le luci della metropoli e c’eravamo noi. Ma perché mi sono sempre fatto tutti questi problemi? Applicai alla lettera i consigli del mio amico. “Falla ridere, ma con la tua verve non dovrebbe essere un problema. Sii naturale e sicuro di te”. Incredibile a dirsi, avevamo un sacco di interessi in comune. Certo, mentii spudoratamente sul fatto che lo smalto rosa shocking fosse il migliore, ma per il resto eravamo davvero due anime affini: come me adorava i racconti del terrore di Poe, amava suonare la chitarra specialmente durante una giornata di pioggia, provava piacere nel partecipare a picnic all’aria aperta. Sognava come me di aprire un jazz bar. Mentre parlava, nei suoi occhi scorgevo l’infinito. Io non aspettavo altro che perdermi nell’inebriante profumo dei suoi capelli.

Dopo un paio di birre lei, tutta rossa in viso, si mise a danzare su un tavolino. Leggiadra e conturbante. E mentre gli avventori del bar la incitavano con fischi e battute sconce Chizuru mi invitò a raggiungerla. Non me lo feci ripetere. Lassù in alto, davanti a tutti, mi baciò con trasporto e passione. «Sei una sorpresa, non credevo sarei stata così bene stasera». Notai che mentre sussurrava quelle dolci parole mi cercava con le sue mani per stringersi dolcemente a me. “È fatta”, sussurrò il fantasma di Toru.

Chizuru ed io, distesi sul futon della camera 112 del Quiver Dance Love Hotel. Ero ebbro di lei, pazzo alla follia della sua anima e del suo corpo. Lei gemeva mentre esploravo il suo corpo con le dita, la sua piccola bocca riempiva il mio torace di timidi baci. Affondai la testa nella sua abbondanza. Lei sorrise: non la vidi ma sapevo che stava sorridendo. Lei si contorceva, vogliosa e ansimante. Mi cercava, mi bramava, voleva che la dominassi. Le diedi un morso sul collo: da come si dibatteva capii che era pronta. «Eccomi», sussurrai. Volevo dare il massimo, rendere la nostra notte indimenticabile. Cercai di durare il più a lungo possibile: la nostra notte doveva essere perfetta. La presi con dolcezza e vigore, succhiando con avidità e suoi capezzoli scuri ed eretti, mentre rincorrevamo il pulsare dei nostri sospiri. Le nostre mani si cercavano, i nostri corpi sembravano nati per fondersi in quell’unico abbraccio primigenio, fatto di tenerezza e di sogni rincorsi.

All’apice delle nostre emozioni, lei ululò tutto il suo piacere.

«Ti è piaciuto?», le chiesi mentre mi accendevo una sigaretta. Non avevo mai fumato, ma l’avevo visto fare troppe volte nei film fino a convincermi che quel gesto mi avrebbe dato il giusto tono da navigato.

Lei mi guardò con aria interrogativa. «Scusa, ma l’abbiamo fatto?»

«Certo», dissi io sulla difensiva, «due volte».

Chizuru sembrava profondamente delusa. «Non ti è piaciuto?»

«Si», disse lei distrattamente. Mentiva, lo si sentiva dal suono distante della sua voce. Il mio cuore martellò per l’ansia. «Tesoro, cosa c’è che non va?» Dove avevo toppato? Non riuscivo a capacitarmene.

Si girò dall’altra parte. Sembrava che lei stesse cercando in tutti i modi di addolcirmi una pillola troppo velenosa.

«Chizuru, ti prego parlami.» Stavo supplicando.

Niente da fare. Rimaneva chiusa dentro se stessa. Come se fosse delusa da qualcosa. Ma cosa? Il suo silenzio ostinato mi uccideva. All’improvviso mi ritrovai a desiderare una foglia di fico per coprire la mia nudità.

Infine si decise: «Susumu, non voglio minare la tua autostima, ma quello che tu chiami “sesso sfrenato” Toru lo chiama “preliminari”!»

menestrellino

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Informazioni su Shiri Clod

Romantico cacciatore di chimere perso nella fantasia. Nato con ogni probabilità nell'epoca sbagliata. Un «clown irlandese», proprio come voleva Joyce
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7 risposte a AMORE PERDUTO – parte tre

  1. Francesco Corcioni ha detto:

    HAHAHHAHHAHAH!!!!! TI ADORO GRUBE!!!!!!

  2. Francesco Castioni ha detto:

    AHAHAHAHAHAHAH!! MONA!!! XD

  3. Martina Fraccaroli ha detto:

    Mi sento malissimo per il protagonista. Ma malissimo.

    “…e non dimentichiamoci i suoi seni!”
    Buhauahauahuaha!

  4. Luca Pinamonte ha detto:

    Grande Grube! Noto come al solito con piacere che abbiamo gli stessi riferimenti culturali! 🙂

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