DOMODOSSOLA

portatile senza D

Un respiro. Poi un altro. Affanno e timore, o forse paura. La voce che muore in gola per l’emozione. Poi apprensione mista all’ansia. Tutto questo si mescolava incessantemente nella mia anima. Ormai toccava a me. Ancora un ragazzo e poi sarebbe stato il mio turno per esporre la tesi. Il temutissimo colloquio e poi sarei stato finalmente laureato.

Per un attimo, vacillai. Stavo per mettere in forse tutte le certezze e le convinzioni che mi avevano portato in quel punto. Forse stavo per gettarmi verso una brutta figura, forse la peggiore che avrei fatto in vita. Cosa mi aveva portato fino a quel punto? Soltanto i miei passi e le mie scelte. A consolarmi o a peggiorare la situazione, si ergeva in me la certezza che a portarmi a fronteggiare la commissione esaminatrice era stata la mia volontà. Una volta avevo letto una massima curiosa: genio e follia si possono riconoscere soltanto una volta visionato il risultato finale. Mai come in quel momento mi sembrò una frase perfettamente veritiera. Per quanto l’ignoto e la sperimentazione mi abbiano sempre attirato con una forza irresistibile sperimentavo anche uno stimolo opposto. Un impulso a gettare la spugna prima che potesse essere impossibile farlo.

“È il momento per esprimere tutto il mio potenziale”. Pensai, ma forse non con la convinzione necessaria. E se avessi sbagliato tutto? Più che legittimo pensarlo, ma quello non era il momento esatto per il panico. La musica era iniziata e non restava che gettarsi nella mischia.

È buffo come la memoria richiami ancora il calore soffocante che sentivo, ma ancora non so se fosse reale oppure se ero solo io a percepirlo. Gocce appiccicose imperlavano la mia fronte. Per allontanare la calura chiesi un fazzoletto a mamma per ricomporre il mio aspetto. Niente, non riuscivo a calmarmi. Cercai con tutto me stesso una maniera per celare lo stato tempestoso in cui versavo. Parenti e amici non avrebbero capito. Sicuramente papà avrebbe attaccato con il solito sermone interminabile. Immaginate la scena: riuscite a scorgerlo, mentre sceglie con cura l’argomento con il quale mi avrebbe potuto rimproverare questa volta? Non faceva altro che puntualizzare che a suo parere avevo scelto la facoltà sbagliata. In alternativa, la critica che mi veniva mossa recentemente era quella per non aver infuso troppo poco impegno e preparazione nella tesi. Non mi ero certo aspettato comprensione, non prima. Certo, i miei non si erano interessati ai particolari che caratterizzavano il mio elaborato. Meglio così, ho avuto una buona opportunità per agire come meglio compiaceva a me. L’artefice che va incontro al fato che lo aspetta. Molto romantica come immagine.

Mentre ero perso nei miei pensieri sentii un amico battermi sulla spalla: «Coraggio una volta entrato esponi, li lavori in pochi minuti e poi ce la filiamo». Magari avessi avuto tutta quella sicurezza. Ma come puoi anche solo pensare che possa filare tutto liscio mentre sai che stai per attraversare una tempesta? Perché era proprio quello in cui stavo per imbarcarmi: neri venti burrascosi si stavano per riunire all’orizzonte mentre governavo una bagnarola in mezzo al ciclone. Non ero più sicuro, non potevo esserlo e come avrei potuto?

Immaginate l’apprensione. Era talmente palpabile che avrei voluto afferrarla tra le mani e scuoterla per liberarmene. Ma come fare? “No”, pensai tra me e me, “non è questo il momento per vacillare. Sempre avanti”. Forse era il momento fatale in cui avrei fatto conoscere il mio nome a tutti i presenti. E anche a me stesso.

La porta si aprì e un giovane visibilmente commosso per il voto ottenuto uscì a braccetto con un genitore che non faceva proprio nulla per celare l’orgoglio per il suo pargolo. Nel rossore quel ragazzo sconosciuto riuscii trasmettere anche e soprattutto il suo imbarazzo. Mi concessi un mezzo sorriso mentre mi interrogavo se anche papà sarebbe potuto salire su un banco mentre esclamava «Complimenti figliolo!».

In cuor mio scacciai con gran forza questa immagine. Speravo che mi avrebbe stretto la mano con il suo solito fare arcigno. Sarebbe stato molto più nelle sue possibilità stringermi la mano con marziale solennità. «Figlio, ti sei comportato bene», avrebbe sussurrato con voce impercettibile come era abituale per lui, «ora cercati un lavoro per bene e occhio a non fare troppo baccano questa sera al bar con quei fessi che chiami amici». Ecco, avrebbe benissimo potuto comportarsi così. Intanto gli applausi all’anonimo laureato stavano per esaurirsi. “Ci siamo, o la va o la spacca. Si va in scena”.

Mentre nonna cercava un posto in prima fila ero intento a mettere insieme gli appunti. La commissione prese posto. Potevo scorgere la stanchezza nei loro occhi. Buon segno, sentenziai: forse mi avrebbero ascoltato con scarso interesse e questa prova avrebbe potuto rivelarsi meno impegnativa. Ci avrei pensato io a mettermi nei guai, sono sempre stato un maestro nel farlo. Meglio non avere inaspettati aiuti esterni.

«Questi ragazzi si laureano con troppa facilità, forse sarebbe il caso che mettessimo un po’ più impegno nel bocciare», scherzò il professore autorizzato a fare le veci per il rettore. Risposi con un risolino per niente allegro alla pessima battuta. «Non si preoccupi caro ragazzo. Facciamo in fretta così avrete più tempo per i festeggiamenti che sono sicuro seguiranno la sua esposizione». Chinai il capo in segno come per salutare mentre con gli occhi cercavo il relatore. A quanto pare faceva l’impossibile per non supportarmi. Mi sarei aspettato l’ennesimo tentativo per farmi cambiare opinione. Forse aveva imparato a conoscermi: in quasi sei mesi non era riuscito a farmi ragionare e nemmeno oggi sarei tornato sui miei passi.

Il colloquio finale. Tesi compilativa oppure una ricerca vera e propria? Il relatore purtroppo non aveva capito, oppure non voleva accettare, la portata innovativa che l’elaborato che avevo concepito poteva assumere. Alla fine in seguito a lunghe, estenuanti consultazioni ero riuscito a strappare la collaborazione che mi serviva. «Ma ti avverto, in quella stanza sarai solo. Ti seguirò nella stesura ma non approvo assolutamente il tuo intento. Te lo ripeto, sarebbe come togliersi la vita, perché ci tieni così tanto a gettare al vento tutti questi anni passati chino sui libri?». In realtà ho sempre sospettato che lui provasse ammirazione per il calore che emanava nella mia anima. Forse non l’avrebbe mai ammesso, ma nonostante fossi solo contro tutti osavo sperare che lui segretamente stesse per fare il tifo per me.

Esposi il mio elaborato. Infusi nelle parole tutta l’eloquenza che era in mio possesso. Nonostante i mesi passati a prepararmi feci fatica. Uno sforzo intellettuale notevole, non lo voglio celare. E non me ne vergogno, sia chiaro.Tineat argumentum verba sequentur, recita una famosa massima latina. Mai come allora capii quanto non fosse per niente vera.

Ancora oggi posso scorgere nella mente i professori intenti a scambiarsi occhiate perplesse. Lo sprezzo a volte sa essere molto penetrante, ve lo posso assicurare.

«Ha scritto poche pagine, un argomento così vasto trattato in maniera così approssimativa e striminzita», spiegò il facente funzioni per il rettore. Ancora lui. «In tutta onestà ci si sarebbe potuto aspettare un colloquio un po’ più brillante. Mi rincresce, caro ragazzo. Sono costernato anche perché casi simili non arrivano certo tutti i giorni. È proprio sicuro? Vuole laurearsi proprio oggi? Perché in tutta onestà io non posso promuoverla a cuor leggero. La commissione bollerà la sua prova come non sufficiente. Ma si può sapere che cosa le è saltato in mente?». Non seppi mai se l’ultima frase fosse riferita a me oppure al relatore che stava quasi per scomparire per l’imbarazzo. L’anziano professore colpì con parole pesanti ma me lo aspettavo. In molti punti avevo balbettato mentre cercavo la giusta espressione. Sicuramente avranno pensato che avessi preso sottogamba l’esposizione. Magari l’irritazione li portava a pensare che ero lì soltanto per beffarli. Non posso che compatirli, al loro posto probabilmente avrei pensato lo stesso.

Gli occhi erano tutti puntati sulla mia persona. Potevo sentirli. Che sensazione provai, come se una corrente mi attraversasse. Una pienezza ancestrale e primigenia che si concretizzò nel mio trionfo.

Finalmente ruppi l’ostinato mutismo nel quale mi ero rinchiuso. «Illustri professori, ma certo che io merito la laurea. Non siete riusciti a cogliere la bontà insita nel mio elaborato? Ebbene ve la illustrerò. Sono riuscito a scrivere una tesi e a portare avanti il mio colloquio senza utilizzare la lettera D. Ebbene si. Cercatela. Non la troverete.»

L’imbarazzante silenzio che accompagnò gli attimi che seguirono fu quanto mai eloquente. Ma questo è niente in confronto a quello che successe in seguito. Subito il controrelatore si mise a sfogliare l’elaborato, febbrilmente. C’era stupore nei suoi occhi. Sembrava quasi che il suo viso stesse per illuminarsi…

Non è mia intenzione rivelarvi quale fu il voto finale. Posso però rivelarvi una curiosa storiella che mi hanno raccontato recentemente. Un mito universitario, se preferite. A quanto pare i fatti che vi ho raccontato furono negli anni soggetti a numerosi rimaneggiamenti che fecero nascere altrettante esagerazioni. La mia preferita è la seguente, sta a voi capire se è vera oppure no.

Una volta ultimati i controlli, i professori non poterono negarlo: nessuna traccia nell’elaborato, la lettera incriminata non compariva nemmeno una volta. A quel punto i contorni si fanno sfocanti e la storia scivola nel mito. Pare infatti che i professori, una volta concessomi l’alloro, ritennero opportuno omaggiare la mia persona con le insegne che testimoniavano la loro stessa carica. Presero l’ermellino che ornava le loro toghe e, una volta strappato, mi ricoprirono con esso.

Come vi ho illustrato, non vi rivelerò se questo finale sia vero oppure no. Però una piccola anticipazione, quella si, ve la regalerò. I miei furono così contenti per il mio risultato che mi regalarono un nuovo portatile. Nuovo nuovo. Non potete immaginare la gioia. Questa volta la tastiera era intatta, le lettere c’erano tutte.

menestrellino

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Informazioni su Shiri Clod

Romantico cacciatore di chimere perso nella fantasia. Nato con ogni probabilità nell'epoca sbagliata. Un «clown irlandese», proprio come voleva Joyce
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13 risposte a DOMODOSSOLA

  1. Jessica Grossule ha detto:

    Sì. Decisamente merita! ^_^

  2. Francesco Corcioni ha detto:

    This is my final form! 😉

  3. Vanessa ha detto:

    Grande grube! Non so perché ma mi ricorda una conversazione sulle D che abbiamo avuto fuori dalla Frinzi! Hahahaha 😂

  4. giorgia be ha detto:

    Dante direbbe: -Davvero divino!-
    Complimenti Andrea!

  5. luca (s.eufemia) ha detto:

    Bella idea geniale!!!!! ti fa pensare.
    Complimenti con la C

  6. Nazi ha detto:

    racconto geniale…..grande 😀

  7. Manu ha detto:

    eccezionale! bravissimo

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