AMORE PERDUTO – parte quattro

Tatuaggio Lupo Wolf (1)

Non ricordo l’anno in cui avvenne, ma sicuramente quello che accadde quella sera fu uno degli avvenimenti che più segnarono gli anni della mia giovinezza. Non credo di esagerare – come invece sostiene qualcuno – anzi, mi sento di affermare con fermezza quello fu con ogni probabilità l’evento che segnò l’inizio dei miei guai.

Sono certo che mancassero pochi giorni al Capodanno. Non era un dicembre particolarmente rigido o freddo, tuttavia tutti quanti ricorderanno quegli anni perché la primavera tardò ad arrivare. Quella sera si festeggiava un doppio compleanno. A dir la verità le date di nascita di Sara e Rebecca non cadevano vicine ma le mie due amiche erano risolute nel voler dare una festa che niente al mondo, nemmeno i morsi della crisi economica, avrebbe potuto fermarle. Da qui l’idea della festa a quattro mani presso una sala del circolo ricreativo parrocchiale del quartiere. Da parte mia, oltre all’affetto che mi legava a loro, ero entusiasta di partecipare all’evento: oltre ad allungare la sensazione di contagiosa allegria che di solito si respira durante le vacanze natalizie, l’idea di passare una serata in compagnia degli amici di sempre – lontano dai soliti posti di ritrovo – era in verità molto allettante.

Fui certamente meno entusiasta quando seppi della particolare regola che era stata messa alla serata: bisognava infatti presentarsi mascherati, il tema era la magia. Ora, per quanto io abbia sempre amato mascherarmi e interpretare un ruolo, devo ammettere che non avevo nessuna voglia di pensare ad un costume per la serata. Ad essere onesti, da quando avevo perso il lavoro ritrovandomi ad essere neolaureato senza impiego cercavo di limitare le spese, covando dentro di me la vergogna di gravare ancora sulle spalle di mio padre. Ad ogni modo, da bravo studioso di lettere e quindi figlio illegittimo degli dèi Povertà ed Espediente, decisi di ricorrere alla mia capacità di creare buffonerie per far ridere ancora una volta i miei amici, senza scialacquare denaro per un costume che avrei usato una volta soltanto. Allo stesso tempo, desideravo ardentemente distinguermi da tutti gli invitati alla festa per originalità: mentre tutti, supponevo, avrebbero impersonato personaggi tratti dalle famose saghe fantasy cinematografiche, decisi di puntare sul classico prestigiatore. «Cerco un tutorial su Youtube, qualche ora di pratica… e che ci vuole?!», pensavo tra me. Purtroppo scoprii a mie spese quanto fosse difficile padroneggiare con il poco tempo a disposizione anche il più banale dei trucchi da illusionista. Dopo due giorni decisi di abbandonare l’idea di impalmare dollari d’argento. Forse allora, per la prima volta, compresi come mai i professori al tempo della scuola continuassero a ripetere ai miei genitori che il loro adorato figliolo studiava ma non si applicava. Certo non mi diedi per vinto, anche se fui costretto ad una soluzione di ripiego.

Mi presentai dunque alla festa con una coperta a mo’ di mantello e una felpa con cappuccio messa al contrario. A coloro che mi chiesero – non senza una certa aria di sufficienza – da che cosa mi fossi mascherato, rispondevo che ero un mago illusionista. «Avanti, fammi una magia», era la brillante replica di tutti. A quel punto mi esibivo nel mio numero: dopo aver tirato fuori dal mio mantello un cubo di Rubik, chiedevo al mio interlocutore di scombinare il rompicapo; a quel punto, dopo aver dichiarato di essere in grado di risolverlo senza guardare, portavo il giocattolo dietro la schiena, recitavo alcune formule magiche mentre sostituivo il cubo con un altro, precedentemente risolto, che tenevo nella tasca della felpa coperta dal mantello. Questa piccola corbelleria fece divertire gli invitati, anche se certo non passò inosservata la poca cura che avevo riservato al mio costume: da qualsiasi parte la si guardasse il mio mantello rimaneva una coperta annodata, mentre altri amici avevano lasciato andare la loro fantasia a briglia sciolta, creando costumi degni dei migliori cosplayers: c’era un Nazgul molto realistico che si aggirava tra torte a patatine cercando quattro piccoli Hobbit, una ninfa dei boschi, una strega Malefica e le tre fatine della Bella Addormentata, una Raperonzolo e un’Alice con Bianconiglio. Ma i costumi per i quali la festa passò agli annali furono quelli di Giacomo e Alessandro, che irruppero senza preavviso dalla porta sul retro della stanza vestiti da Freddie Mercury e Connor MacLeod urlando «It’s a kind of magic!» Dopo una fragorosa risata, tutti i commensali si lanciarono in una sfrenata danza sulle note del capolavoro dei Queen. Quanto a me, decisi che era il momento di uscire a prendere un po’ di fresco.

L’aria frizzante della tarda sera portava con sé il monito di una leggera nevicata. La fuori, mentre il mio fiato si condensava in una capriola di vapore, mi accesi una sigaretta. Ispirando una generosa boccata di fumo mi ritrovai ad ammirare la luna che sul fare della notte era così straordinariamente piena e luminosa. Poche nuvole in cielo eppure quella notte le stelle erano timide e sdegnose. Da dentro urla e schiamazzi suggerivano che che la festa stava entrando nel vivo: mentre dalle casse risuonavano le note de Il bicchiere dell’addio dei Modena City Rambles, due ragazzi che non mi sembrava di conoscere si stavano cimentando in una danza tanto bislacca quanto sgraziata, complici le troppe birre che dovevano avere in corpo. Intanto gli amici gli incitavano urlando occasionalmente «Very well! Very well!», anche se il coro non era esattamente a tempo con la base della canzone. Tutti sembravano divertirsi parecchio e anche io avevo intenzione di rientrare per sciogliermi in quella spensieratezza. Avevo solo bisogno di finire di fumare per scrollarmi di dosso la malinconia che mi aveva colto tra il freddo pungente dell’inverno. Niente di grave, solo i piccoli problemi quotidiani che per un ventiquattrenne possono apparire insormontabili. Dopotutto a chi non è mai capitato di stringersi nel proprio mantello mentre si realizza che non si sa ancora che cosa si vuole fare della propria vita.

All’improvviso uno scroscio di risate provenienti dai bagni dello spogliatoio del campetto da calcio. Non feci in tempo a voltarmi che vidi sopraggiungere con passo incerto una ragazza che sorreggeva una bottiglia di vodka mezza vuota. Elettra, con bionde trecce e occhi azzurri che sembravano usciti da una qualche canzone di Lucio Battisti mi apostrofò con fare scherzoso e voce impastata dall’alcol «Dimmi un po’ Gabri, da quand’è che hai ripreso a fumare?» Gettai via il mozzicone e le sorrisi. C’era sempre stato qualcosa di magnetico in lei. Lei mi sorrise con quei suoi occhi grandi e furbetti. Sempre preavviso si girò dandomi le spalle tornando nei suoi passi, facendomi cenno di seguirla negli spogliatoi. Mi ritrovai a seguire la sagoma del suo esile corpo che si muoveva con agilità nella penombra. Ho sempre ritenuto che ci fosse sempre stato qualcosa di non detto tra di noi, un desiderio mai espresso con parole oppure con baci. Io ed Elettra, anime che si cercano senza trovarsi. Mentre il movimento sinuoso dei suoi fianchi mi ipnotizzava, mi ritrovai a pensare che forse la vodka avrebbe reso coraggioso anche me. Lei si voltò, sorridendomi di nuovo, si protese verso il mio orecchio e mi sussurrò languida «Seguimi…»

Non mi feci pregare. Ero dietro di lei, tenendo con delicatezza la mano che mi offriva. Quando ritenne di essere al riparo da occhi indiscreti nella semi oscurità dello spogliatoio, vorticò intorno a me come se fosse intenta a danzare al ritmo di una lenta melodia rinascimentale. All’apice dell’auforia, sapevo di essere completamente alla sua mercè. Quella sensazione si tramutò in consapevolezza quando mi spinse con forza contro il muro. Il bacio mai dato. Era l’unico pensiero che riuscivo a formulare. Quella notte, immerso nelle tenebre del suo cuore, avrei avuto il bacio che ci eravamo sempre negati. Lei sorrise imbarazzata, emettendo un risolino un po’ civettuolo.

Avrei dovuto accorgermi per tempo dello scherzetto. Elettra non stava ridendo, stava sogghignando. Ad un tratto aprì l’acqua e mi accorsi di trovarmi sotto la doccia. Balzai via, lontano dal getto gelato. Troppo tardi, ormai ero completamente bagnato: vestiti zuppi d’acqua, capelli fradici incollati sulla fronte. Con la coda dell’occhio la vidi sgusciare via insieme ad un gruppo di ragazzi, ridendo sguaiatamente. Era accaduto tutto così in fretta eppure la delusione fu cocente. Ero umiliato ed infreddolito in uguale misura. Bello scherzo, non c’è che dire. Ed io c’ero cascato come un frutto maturo. Ma non avevo intenzione di lasciarla passare liscia ad Elettra, non questa volta. Avrei risposto alla sua goliardata ripagandola con la stessa moneta. «Al diavolo, tanto domani un raffreddore non me lo leva nessuno.» Così mi lanciai all’inseguimento. Non fu difficile raggiungerla, dopotutto i suoi sensi erano annebbiati dal consumo di alcolici, mentre io ero ancora sobrio. Anzi, la doccia fredda mi aveva risvegliato. Lei tentò invano di divincolarsi ma ebbi ragione su di lei senza sforzi particolari. Mentre invocava l’aiuto dei suoi complici la caricai sulla schiena «Adesso tocca a te fare la doccia», le promisi. Lo spettro della mia vendetta la spaventò tanto da indurla a lottare nuovamente. Niente da fare, per quanto scalciasse la tenevo ben salda. Non mi sarebbe scappata. Gravissimo errore. Lei, trovandosi senza via d’uscita si appellò alla forza della disperazione. Il suo morso percorse tutta la mia schiena. Vidi letteralmente le stelle dal dolore mentre cercavo in tutti i modi di disarcionarla. Ma le sue mascelle serrate sulla mia carne non ne volevano sapere di cedere. «Ok, ok, mi arrendo!», gridai disperato. Lei sembrava sorda alle mie invocazioni, serrando invece la presa. Il dolore che provavo era ormai insopportabile. Cedetti e caddi in avanti, nascondendo il volto nell’erba. Scappò via lasciandomi disteso e dolorante. E li rimasi per molto tempo, incapace di alzarmi, mentre rivoli di sangue correvano lungo l’incavo della mia schiena.

Da quella sera tutto cambiò. Maturai dentro di me la consapevolezza di chi io sia veramente. Ho imparato ad attingere dentro di me forza e risolutezza, vere e proprie armi del successo e della seduzione. Vorrei che fosse vero, perché non successe proprio un bel niente. Rimasi sempre io, il giullare della compagnia che inventa blandi trucchetti. Ma la luna di quella notte, quella luna così piena e luminosa, gettò il suo malefico influsso su di me. Una volta al mese smetto di essere timido e impacciato per vestire panni che non mi appartengono. La prossima volta che vedrete la bionda Selene brillare alta nel cielo, cercatemi. Mi troverete sui tetti, mentre contemplo avidamente la luna ululando «Shopping!»

menestrellino

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Informazioni su Shiri Clod

Romantico cacciatore di chimere perso nella fantasia. Nato con ogni probabilità nell'epoca sbagliata. Un «clown irlandese», proprio come voleva Joyce
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5 risposte a AMORE PERDUTO – parte quattro

  1. Francesco Corcioni ha detto:

    mi ricorda una serata insieme…. 🙂 SHOPPIIIIIIIIIING!!!!!!!! HAAHHAHHAHAHHAHAHHA 🙂

    • shiriclod ha detto:

      La vita di tutti i giorni offre spunti interessanti!! 😉

      • Principe ha detto:

        Spunti sempre nuovi e preziosi. “AAAUUUUUUUUUUHHHHH…. SHOPPING!”

        “Dopotutto a chi non è mai capitato di stringersi nel proprio mantello mentre si realizza che non si sa ancora che cosa vuole fare della propria vita.”

        Quanta goliardia in questa frase.

  2. Francesco ha detto:

    Eh sì. Un gran bel talento 😀

  3. Martina Fraccaroli ha detto:

    Tu! Tu! Genio incontrastato dei finali “chefannofarebruttafigurainsalastudioperchèridicomeunacretinadasola”!

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