LE FIABE SCAZONTI #2 – La sfida di Turno

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C’era una volta un giovane re di un fiero popolo italico: il suo nome era Turno e governava sopra i Rutuli. Turno aveva sempre considerato sé stesso come un ragazzotto parecchio fortunato: impetuoso d’animo e mezzodio, il giovane monarca era promesso sposo di quella bella verginella di Lavinia. Avercela, a vent’anni, una vita così ricca di soddisfazioni. Ma, ahimè, il giovane re col tempo maturò la convinzione che tutto gli fosse dovuto.

Il baldo bellimbusto passava così le sue giornate facendo lo spaccone e vantandosi della sua forza e della sua influenza militare. Dopotutto i Rutuli erano i classici burini da festa. Ogni volta la stessa storia: gozzovigliavano ai baccanali come se non ci fosse un domani, si facevano l’autoritratto con le dame più succinte e si ricordavano sempre di rendere grazie a Bacco e a Venere. L’importante per loro era avere sempre una coppa di buon vino a portata di mano e la compagnia di dame più avvenenti, poco importa se erano giovinette, amazzoni oppure vestali. Eddai che ci siamo capiti.

Poi, così come erano arrivati al comando delle loro bighe extralusso se ne andavano una volta che la festa era finita. Alla fine bastava avere un po’ di pazienza: che vuoi farci, so’ ragazzi. Magari poi crescevano e mettevano la testa a posto.

L’unico uomo che in tutto il Lazio non era nato con un cuor di leone era proprio il padre di Lavinia, il mite re Latino. Siccome egli era quel tipo di sovrano che non voleva grane, ma proprio per questo ne attirava a bizzeffe, ebbe l’affrettata idea di combinare un matrimonio tra Turno e quel bel pezzo di figliola che si ritrovava. In realtà Latino amava alla follia il suo giardino di petunie e ogni sabato sera quei ragazzacci ebbri di Bacco ed ispirati da Venere non perdevano occasione di sgommarci sopra, schiamazzando divertiti per le loro malefatte. Il povero sovrano in cuor suo sperava con quest’abile mossa di ottenere la protezione dei giovani bellimbusti che, se fosse piaciuto agli dei, avrebbero trovato altro luogo per le loro bravate. Si sa: si cerca sempre di fare una bella impressione col padre di tua morosa.

Inutile dire che le cose cambiarono quando sulle coste del Lazio approdarono i profughi troiani guidati dal pius Enea. L’eroe il cui viaggio fatale era voluto dagli dei, l’ultimo rimasto tra gli intrepidi principi troiani, il grande ammaliatore di vedove cartaginesi, quello che aveva preso la triennale in Economia e Commercio con una tesi sulle rotte commerciali dello Stretto dei Dardanelli. Insomma, il genero perfetto.

Desideroso di garantire alla bella Lavinia una vita più dignitosa rispetto a quella che avrebbe certamente vissuto in compagnia del più discusso tronista di Achei e Donne, re Latino prese per una volta il coraggio a due mani e promise la figlia al capo dei Troiani superstiti, motivando la scelta come un abile mossa politica volta a fare del Lazio una regione cosmopolita.

La controversa decisione venne accolta con un tiepido entusiasmo, ma Latino, forse ebbro di soddisfazione per averne finalmente combinata una giusta, pensò che andasse bene così.

Tutti sarebbero vissuti felici e contenti. Se non fosse che Turno aveva un caratteraccio…

Appena seppe la notizia della rottura del suo fidanzamento, Turno montò su tutte le furie: «Re Latino, spergiuro, spergiuro, tre volte spergiuro! Traditore dei patti inviolati suggellati e vergati dall’onore delle nostre casate! Questo vuol dire guerra! E che guerra sia! Che tu sia maledetto! Così Turno comanda!*».

*A onor del vero, la tradizione manoscritta ha consegnato un turpiloquio molto più colorito e ricco di improperi, ma alcuni monaci benedettini del XIII secolo ritennero molto più decoroso aggiungere epicità alle parole di un così grande condottiero. A onor di cronaca occorre ricordare che nonostante Turno fosse un tamarro incorreggibile, in quell’occasione riuscì a bestemmiare in endecasillabi perfetti: un’impresa tuttora ineguagliata.

Il furente Turno richiamò a raccolta i vessilli di guerra dei suoi alleati, che si schierarono contro l’alleanza di Latino e dei “kebabbari”, come venivano dispregiatamente apostrofati gli esuli troiani.

Enea-Turno

Il giovano condottiero sperava di poter fiaccare in breve tempo la resistenza dei suoi oppositori in modo da poter cavalcare verso il tramonto con l’amata Lavinia. Purtroppo per lui, non aveva fatto i conti con il Fato, quella misteriosa forza che parteggiava per Enea. E fu così che il piano dei Rutuli andò a rotoli e il povero Turno le prese di santa ragione da Enea che, ironia della sorte, combatté l’epico scontro imbracciando una riproduzione tarocca delle armi di Achille.

La favola insegna che il primo leghista era laziale.

menestrellino

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Informazioni su Shiri Clod

Romantico cacciatore di chimere perso nella fantasia. Nato con ogni probabilità nell'epoca sbagliata. Un «clown irlandese», proprio come voleva Joyce
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5 risposte a LE FIABE SCAZONTI #2 – La sfida di Turno

  1. Martina Fraccaroli ha detto:

    E’ più o meno così che anche io rendo questa parte.
    Ma io sono più ferrata riguardo a Didone: reginetta della classe e dell’eleganza.

    Appena avrò tempo, risponderò adeguatamente, mio letterato e storico Grubè.

  2. Eli the worst ha detto:

    🙂 sono divertenti!

  3. Eli the worst ha detto:

    dimenticavo…sono Elena sotto vecchio nome! 😉

  4. Francesco Corcioni ha detto:

    beh, che i Laziali fossero gente poco per bene… eheh… d’altronde la Lazio è ospite pure quando gioca all’Olimpico! XD
    A parte questa divagazione calcistica, “Achei e donne” è geniale! HAHHAHAHHAHA

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